CAPITALISM: A LOVE STORY (Michael Moore, 2009)

Si parte dalla cosa più lampante e rigorosamente oggettiva: ‘Capitalism’ è un buon lungometraggio, comunque più interessante di Boldi e sicuramente con l’enorme merito di rendere accessibile più o meno a tutti questioni che altrimenti rischierebbero di rimanere seriamente scollegate dal Volgo. Altre cose certe: 1) Moore è un Democratico. 2) Moore *non* è anticlericale. Stimolando la curiosità, e smuovendo le opinioni praticamente di chiunque lo abbia visto, il cineasta americano riesce nel tentativo di fornire il Quadro Generale – quand’anche pericolosamente generalizzato in certi frangenti – lasciandosi andare raramente a fuorvianti e banali pulsioni complottiste, attenendosi il più possibile alla realtà fattuale; quando non ci riesce – soprattutto nel punto in cui prende in esame l’ala democratica del Congresso, intervistandone diversi membri -, finisce con il sottolineare una qualche faziosità di questo tipo, spianando la strada ai suoi Plurimi Detrattori Repubblicani, che in questo modo avranno ulteriori argomentazioni per snobbare la sua – incredibile! – opera. Sotto questo punto di vista, il nostrano ‘Draquila’ – nonostante non surclassi il valore di ‘Capitalism’ in termini di contenuti ed aspirazioni -, con il suo atteggiamento di diffida (a ragione!) nei confronti di entrambi gli schieramenti politici del Bel Paese, finisce con il mostrare i Denti del Dissidente molto più di Moore. Confronto azzardato, certo, e per una serie di motivi più disparati: 1) i Democratici, negli U.S.A. non sono necessariamente equalizzati ai Comunisti, come qualcuno insiste a farci credere qui in Italia; 2) in America sono meno folkloristici di noi: non sono governati da fanfaroni politicamente incapaci come Chi-Sai-Tu…Al limite da Criminali, come il caro George.W.. Volendo entrare nel merito della questione, beh, sorprende che il sottoscritto – un laicista, solitamente con forti pulsioni anti-clericali – sia del tutto in sintonia con quanto affermato dalle autorità religiose intervistate e cioè che non solo il Capitalismo rimane sicuramente l’origine di molti dei Mali che affliggono il pianeta odierno, ma anche qualcosa che cela quei germi già nella sua enunciazione teorica. Perchè, se il Comunismo fu un’ideologia sostanzialmente positiva applicata, ahimè, in modo draconico e depersonalizzante per l’individuo, il Capitalismo celava sin da principio l’idea che ci dovesse essere necessariamente una subordinazione economica, un gap tra dipendente e amministratore, il macchiavellico meccanismo di dominio e sottomissione, la stessa logica di cui oggi noi tutti stiamo facendo spese; e comunque il Capitalismo come lo si conosceva fallisce più tardi non perchè sia stato più efficente e men che meno perchè abbia in qualche modo garantito maggior benessere – altrimenti non si spiegano il disagio generale che aleggia oggi giorno, gli omicidi in famiglia, i suicidi sempre più frequenti, etc. – , ma solo ed unicamente per l’aver saputo autoalimentarsi più a lungo: la propaganda comunista non è riuscita ad evolversi in modo così subliminale e perfetto: la propaganda occidentale si è fatta bussola per la massa dei lavoratori, un ago magnetico ficcato su un supporto mediatico di massa. Si è semplificata, ha smussato gli spigoli, lobotomizzato il messaggio con tecniche ipnotiche – consuma…lavora…consuma…lavora…consuma…lavora… – e ha svecchiato quel nome altisonante con uno ben più ammiccante: Marketing. Ma Michael Moore, non vi dirà nulla di tutto questo, anche se molti, in queste due ore scarse, sicuramente ci penseranno; egli non la prende dal punto di vista storico-ideologico, ma piuttosto, pavoneggiando una concretezza tutta americana, si interessa di puntare il dito verso banche e compagnie di assicurazioni, di elencare nomi e cognomi di alcuni dei più diretti responsabili (oggetto: Catastrofe 2008), di mostrare che un Altro Mondo Economico è possibile e si chiama Isthmus Engineering & Manifacturing Co-op, di aleggiare e condividere una certa speranza – c’era da aspettarselo – quando tocca il fenomeno Obama. E di chiudere, dicevamo, ficcandosi a braccia aperte nell’alcova dei Democratici. Per il resto, prendete nota, amici, e mettetevela via: Moore, come ormai molti altri, hanno ragione nel mostrare le falle di un sistema che ci aveva promesso che un giorno saremmo stati meglio di prima solamente perchè avremmo avuto di più e che invece ci sta rendendo soli, infelici e vuoti, sommersi in un mondo di canali televisivi sempre più personalizzabili, marchi bicromi dappertutto, strumenti per la comunicazione sempre più sofisticati e tanta, ma proprio tanta plastica inodore.