HALLOWEEN: THE BEGINNING (Rob Zombie, 2007)

Per lungo tempo si può pensare che il cinema di Rob Zombie sia pacchiano, sbagliando clamorosamente. Scontato anche, visto che di cinema da birre stiamo parlando: e non a caso ‘Halloween’ ce lo hanno massacrato per bene, non sempre a ragione. Sarà, ma il Myers di Zombie ti fa ricordare come a volte basti molto poco per renderti felice. Perchè Rob Zombie non ha la pretesa fuorviante di sembrare serio. Non ha nemmeno alcuna velleità da Cannes o Venezia. No, nemmeno da Sundance, sebbene potrebbe, per certi versi, spazzare via molti film in rassegna molto meno efficaci. Perchè Rob Zombie è un metallaro a cui riescono bene gli horror old-school. Punto.  Il suo film estrapola una forma visiva per tutta una serie di pulsioni che hanno a che fare con le fumettosità immaginifiche degli anni ottanta, per quanto queste, in vena di revival, vengano proiettate oltre il nuovo millennio: carneficina, urla di terrore, dolore, cattiveria e un ipotetico muro di chitarre spesso un chilometro, anche senza la maglietta dei Kiss del Myers-infante. Parliamo pure di remake creativo e cominciamo a renderci conto come sia difficile sintetizzare un prodotto d’intrattenimento di questo tipo senza finire col sembrare lapalissiano. Come non sia affatto scontato rivisitare lo slasher storico reggendo il confronto con Carpenter e come sia agile Zombie nel nascondere sotto il tappeto le plausibili falle che ovviamente emergono dalla parte di chi non ha ancora (cominciato?) finito di crescere. Non tanto dietro la macchina da presa – eccellente, Zombie, quando ci mette della sua atmosfera e le sue angolature – quanto da un punto di vista strettamente narrativo, visto che, stringi stringi, la storia del suo Halloween non sconvolge e non rivela niente che i cultisti non sapessero già: in questo senso, non serve a molto nemmeno un preludio lungo quaranta minuti per accollarsi anche il valore di prequel, per quanto di pregevole fattura esso possa sembrare. Anzi, finisce con il demistificare il Myers a là Carpenter, ributtandolo nella Real Thing come quello che  in fondo è sempre stato: un disturbato mentale. Un film privo di una narrazione avvincente e senza Verità da elargire, senza introiezioni psicologiche – in questa sede, l’opera di Loomis è pura tattica, fidatevi! – e a modo suo brutale, essenziale, privo di fronzoli, orientato alla degustazione e all’intrattenimento più ignorante, oltre qualsiasi velleità di impegno intellettuale.  D’altra parte, stiamo pur sempre parlando di un film metal che, in un modo o nell’altro, sa tanto di ‘Reign In Blood’. O ‘Slaughter Of The Soul’, fate un po’ voi. Ecco perchè, probabilmente, potrebbe essere deludente tanto per i radical chic quanto per gli snob.


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