13 ASSASSINI (Takashi Miike, 2011)
Il punto della situazione è il seguente: al momento, l’anno in corso ci ha regalato almeno due film superlativi e una quantità spropositata di mediocrità, soprattutto sul fronte hollywoodiano. Uno è ‘Rango’ con le sue creature storte e sgradevoli, l’altro è l’ultimo film di Takashi Miike, che ci racconta una storia ben oltre alla solita Samurai-saga. O meglio: sullo stesso tiro, ma puntando agli standard di un tempo, quando i nipponici sfornavano i vari ‘Zaotichi’, ‘Lone Wolf And Cub’, per non parlare soprattutto dei grandi capolavori di Kurosawa; Ecco, si, Miike spara alto ma non troppo – dopo tutto è un anche questo un remake – e ci mette comunque del suo, sebbene la soglia dello shock si abbassi drasticamente, se è vero che, stringi stringi, non si rileva un’angolo morboso nè una turba veramente psicotropoa: al limite, qualche mutilamento mostrato senza pudore o maciullamenti da guerra, tutto sommato scontati; oltre a questo, ad emergere prepotentemente è la decisa volontà a travalicare il genere di ‘Ichi’ e ‘Audition’ per entrare nel classico, che più classico non si può e sconfinare nell’Epos, nella storia dei men-on-a-mission, dell’Hagakure, in tutta quella serie di gestualità intellettivo-comportamentali che sono proprie di un estetica ben formalizzata, in quelle storie leggendarie in cui facevamo il tifo per Toshiro Mifune e compagnia bella. Questo non vuol dire che sia pretenzioso ma nemmeno banale, tant’è che qualcuno dovrebbe farlo girare negli ambienti formativi hollywoodiani, tra quei cineasti o presunti tali che sembrano aver dimenticato come girare cinema d’intrattenimento puro e semplice, ma qualitativamente superiore. Avete presente certe banalità pseudo-storiche, in cui le credenziali più evidenti finiscono con l’essere i muscoli e le pose, le frasi fatte e l’appeal spaccatutto? Porcate colossali e fascistoidi come ’300′ (o ‘Braveheart’, o ‘Il Gladiatore’), dove, quasi sempre, nel momento di massima tensione troviamo le sinfonie pompose a sottolineare il pathos esasperato ed artificioso? Quello. Ed è quello che stacca di brutto il film di Miike da quelle cose là: avrebbe potuto ammiccare al ‘Signore Degli Anelli’, ma preferisce una storia con pochi fronzoli e un mestiere di regia consapevole e misurato, puntando tutto sull’immagine. La sua guerra è cruda, secca, concreta, vera. I suoi personaggi sono quasi tutti intelligenti, acuti, pronti, ma anche archetipi di certe qualità umane secondo una rappresentazione classica e formale del buono e del cattivo; il rigore marziale non è affettato e capisci subito che non è una cosa piacevole, tant’è che, dopo più o meno mezz’ora, ti domandi il motivo per cui non faccia poi così fico immaginare di essere un samurai. La macelleria, dicevamo. Quella cosa che ci tiene incollati fino alla fine, anche se sappiamo già che tutto culminerà in un massacro: ad un certo punto ci troviamo di fronte ad uno scenario senza alcuna reticenza, pieno di fumo, ferro, legno e carne rotta, caos, in cui hai l’impressione che alcuni dei comprimari possano essere posseduti da un berserk infuriato. Ma che sono solo uomini alla battaglia, il che è ancor peggio. Le teste rotolano e il guerriero sprizza sangue, nell’acqua corriva e, nel mentre, un bel po’ di morte è all’opera, in un modo troppo poco spettacolare per non mostrare, in ultima analisi, il solito Miike di sempre, cinico e spietato.About this entry
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- Pubblicato:
- agosto 17, 2011 / 2:02 pm
- Categoria:
- Drammatico, Guerra, Storico
- Etichette:
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