L’ALBA DEL PIANETA DELLE SCIMMIE (Rupert Wyatt, 2011)

Bisogna ammettere che ci voleva e ci mancava un film che parlasse di dissenso e ribellione e che fosse comprensibile anche da un bimbominchia qualunque. Un film in cui i protagonisti – bellocci e vincenti, caratterizzati come un fustino di detersivo Dixan – ci urtassero i sentimenti fin da subito con quel loro atteggiamento ipocrita, forse anche più degli imprenditori e dei sorveglianti, che d’altra parte personificano i cattivi veri e che quindi è ovvio disprezzare. I Buoni, questa volta, sono quelli che si svegliano in gabbia e si organizzano per una Rivolta come si deve. Quelli che spaccano tutto e che vanno contro le forze dell’ordine, rivendicando la propria autodeterminazione, guidati solo dalla clinica intelligenza. Questa è la morale più rilevante, al di là della scontata questione etica su cui poggia le basi questo ‘Rise Of The Planet Of The Apes’.  Un film che, come successo con ‘District 9′ (l’emarginazione e l’immigrazione) o ‘Cloverfield’ (la paura del terrorismo), affianca ad una mera rassegna di divertimento incalzante e leggero lo scomodo grillo parlante, che legge sotto voce il proprio tempo, ben più di molti altri film con velleità documentaristiche. Questa volta il rapporto, consegnato a chi lo vorrà recepire, ci dice che bisogna cominciare ad aprire le gabbie – quali? quante? -, senza farsi scoprire, non subito almeno. E nel frattempo tenendo occulte sotto il tappeto le chiavi ed eludendo i sospetti, mentre ci si allena a comunicare con un livello di rumore ridotto al minimo, con buona pace di tutte le menate sull’entropia. Cosa quanto mai paradossale, se nemmeno immaginiamo il casino che succederà quando le cavie da laboratorio strisceranno sotto e sopra i ponti. Il messaggio, sostanzialmente, sarà sempre e comunque lo stesso, racchiuso nel fonema di dissenso più inequivocabile: quel “NO” urlato a squarcia gola che da una parte rafforza la consapevolezza del proprio essere, dall’altra annichilisce e rifiuta tutti quei presupposti di pensiero positivo in cui, probabilmente, sguazzano i protagonisti di cui sopra. Al diavolo: che lo vogliate o meno, se una rivolta è pur sempre un atto di guerra in risposta ad un atteggiamento coercitivo, è difficile anzichenò che ci si sforzi di mettere in luce assertività e buon senso. Al contrario, la rivolta è anche questo caso spietata, dura, violenta. Un po’ folle, sebbene – ed è un vero peccato! – non ce lo facciano intendere. Alla fine ‘Rise’ non è un capolavoro e su molti fronti è il solito Mercatone Uno, con pregi e difetti annessi: è montato discretamente e la sceneggiatura è molto solida, con qualche etto in meno del solito, lamentuoso e pretestuoso, buonismo americano; purtroppo, però, gli attori sono anonimi ed è lungi dall’avere uno stile interessante per ergerlo dalla massa, per non parlare di alcuni pessimi dialoghi dal tiro pubblicitario: gli manca lo spessore ideologico di un ‘Fight Club’ – forse non casuale, in un’era in cui si disprezzano le ideologie – e non è spettacolare e sensazionalista come altre grosse produzioni dello stesso calibro. Ma se mi trovo alle ore 1:23 a discuterne con me stesso un motivo dovrà pur esserci. Forse solo per il fatto di narrare qualcosa di cui abbiamo quanto mai bisogno in questi tempi così indolenti – la Rivolta – e manifestarlo, a sorpresa, in una pellicola hollywoodiana.